Universi Sonori – Perchè educare all’ascolto: appunti

fantasiaIn un’epoca in cui la musica è segregata ad ascolto passivo e pubblicitario, in cui le tematiche trattate sono unicamente quelle utili a toccare target specifici della società, quei target bisognosi di icone e di personaggi con cui identificarsi, per cui tutti i tratti adolescenziali permangono in ogni fase dell’esistere, la musica perde il suo senso fondante.

Credo sia giunto il momento di scrivere appunti utili a motivare l’importanza di una educazione all’ascolto musicale e alla frequentazione musicale in senso più lato come risorsa che possa o, perché no, debba accompagnare tutta l’esistenza promuovendo naturali tensioni verso la bellezza e il benessere.
La musica e il suono non sono tecnicismi in mano solamente a chi ha avuto voglia e modo di apprenderne la forma e la struttura, ma sono elementi vitali e adattivi dell’esistenza collocati agli albori della vita che ci accompagnano lungo tutto il nostro viaggio individuale.

Permettetemi dunque, al nono articolo, di mostrare uno zampillio di indignazione rispetto alla decadenza culturale che stiamo vivendo e nel contempo di esaltare tutto quel mondo straordinario che nel quotidiano rivitalizza, rispetta e porta “per le strade e tra la gente” (cit. Dalla) questa arte trasversale facendone di nuovo, ancora e sempre, sentire l’odore.
Utilizzerò un testo interessante, “La musica sveglia il tempo”, di Daniel Barenboim (direttore d’orchestra e compositore argentino cresciuto in Israele) per stimolare punti di vista e angolature possibili del legame tra il fare musica e l’esistenza, promuovendo la visione secondo cui la vita è ben più ricca di come la si snocciola quotidianamente e ha bisogno di tempi ben più lunghi di conoscenza e analisi: insomma, per chiarezza, alla vita dobbiamo e possiamo chiedere ben di più.

Barenboim scrive:
“La musica ha un potere che va oltre le parole. Ha il potere di commuoverci e la forza del puro suono riecheggia in noi finché dura la sua esistenza.
E’ difficile distinguere fra la sostanza della musica e la percezione che ne ha l’ascoltatore. Probabilmente è per questa ragione che la musica , fin dai tempi di Omero, è stata a volte considerata come un potenziale pericolo per la salute dell’intelletto e persino della volontà; la musica poteva qualsiasi cosa, poteva indurre lo stato di allucinazione dionisiaca come sedurre Ulisse e tutti i suoi compagni, distogliendoli dal completamento del loro viaggio. Tuttavia l’orecchio educato affina le capacità di separare il contenuto della musica dai sentimenti che abbiamo imparato ad associarvi”.

Continua sottilmente: “…ciò che è essenziale in una esecuzione musicale, e che è difficile raggiungere nella vita, è la capacità di ripartire sempre da zero. Ogni volta che si esegue un brano è necessario farlo con la freschezza del primo incontro e l’intensità dell’ultimo.
E’ difficile avere il coraggio e la forza di partire dal nulla, analizzando le esperienze fatte nel passato per poi ripensare tutto daccapo, in maniera diversa. Così come è altrettanto difficile infondere a una nuova esperienza la facilità, la naturalezza di ciò che ci è già familiare”.

Nelle sue parole leggo il rinnovamento che l’individuo che frequenta musica può concedersi lungo l’arco della vita, leggo anche la possibilità di elusione delle strutture portanti e portate dell’esistenza che a volte pesano e affondano il quotidiano.
Ciò che è familiare può non essere monocromatico, perdendo di brillantezza e interesse, se si affinano le capacità di rievocazione e rivisitazione classiche del far musica come d’altro canto, ciò che è nuovo viene accolto, conosciuto, frequentato e non respinto.

Un altro concetto di stimolo: “La musica è concepita e poi realizzata, sempre dal punto di vista di un individuo. Di conseguenza, la soggettività è parte integrante e inevitabile della musica, anche se non l’unica.
Benchè non esista, quando si fa musica, la possibilità di un’esecuzione oggettiva, deve sussistere sempre il rapporto tra soggettività e oggettività, proprio come nella vita”.

Per semplificare e chiarire si può pensare al concetto di “tempo rubato”: avere la libertà di velocità e intenzione ritmica durante una esecuzione non significa non frequentare la scansione del metronomo che definisce la linea vitale dell’esecuzione stessa. Proprio questa connessione costante fra gli elementi flessibili e quelli inflessibili conferisce all’esecuzione musicale la ricchezza dell’essere contemporaneamente soggettiva e oggettiva.
L’orecchio ha quindi davvero una sorta di responsabilità morale, di connessione e sintonizzazione dell’individuo tra il proprio mondo interiore e gli accadimenti esterni, un filtro che ci aiuta ad andare a ritmo con l’esistenza scegliendone il passo.
Potremmo continuare all’infinito ma i tempi di attenzione on-line mi suggeriscono che è già stata oltrepassata la soglia di non ritorno per cui mi fermo e saluto tutti quelli che sono arrivati a leggere questa parola qui, anzi i tanti temerari che arriveranno all’ultima delle considerazioni conclusive.

Considerazioni conclusive:
In sintesi è come se darci la possibilità di essere accompagnati durante l’arco dell’esistere da ciò che ci ha cullato in grembo, un ambiente estremamente sonoro, ci permettesse di restare in contatto con una modalità dinamica e rigeneratrice, è come se ci dessimo la possibilità di un vissuto collettivo, in contatto e armonia con il resto della comunità, ma nel contempo, in piena centratura con la nostra individualità.
La musica, farla e ascoltarla, non può e non deve essere data in mano unicamente ad un recinto a consumo e come una Antica Signora, di tanto in tanto, le si fa visita per tornare dentro concetti sapienti e neutri che parlano con la pancia e ripuliscono la mente.

Elisa Ridolfi

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Elisa_RidolfiElisa Ridolfi è psicologa, musico-terapeuta, cantante e mamma di 2 bimbe. Dal 1999 si occupa della divulgazione in Italia del Fado portoghese ed ha collaborato con Lucio Dalla, Eugenio Finardi, Peppe Servillo, Francesco Di Giacomo (voce del Banco del Mutuo Soccorso), Enzo Gragnaniello, Fausto Cigliano, Marco Poeta, Musicultura…e a livello internazionale con Ana Moura, Jorge Fernando, Riccardo Ribeiro, Ana Sofia Varela, Antonio Chainho, Argentina Santos etc…Da sempre sperimentatrice vocale studia, grazie agli ultimi anni vissuti tra gravidanze e post-parto e al diploma conseguito all’università di Bruxelles in musicoterapia, il magico mondo della musica e del canto prenatale e primi mesi.

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