Universi Sonori – Venire al mondo: il vissuto sonoro del bambino

orecchiobambinoLa nostra rubrica cresce e con lei anche il nostro piccolo protagonista (il bambino in utero), che a questo punto della narrazione è riuscito a nascere atterrando nel nuovo mondo. Ecco allora i primi attimi di vita del neonato e le sue prime giornate, sempre partendo dall’ascolto e dalla sua enorme competenza sonora.

Nel momento stesso del parto, quel suono ovattato, ricco di frequenze gravi e volumi elevati (tutte caratteristiche del mondo intrauterino), si allarga, lasciando comparire pause, silenzi, vuoti sonori: una vera novità per il neonato, abituato ad un continuo vivere immerso tra ritmi fisiologici (cuore, respiro, viscere etc..) e suoni espansi dal liquido in cui era immerso.

Il neonato, nell’istante in cui riesce a divincolarsi dal grembo materno e viene posizionato sul seno della madre vive una metamorfosi di habitat e delle sensazioni tali che neppure l’allunaggio permetterebbe di decodificare. Si potrebbe scrivere davvero all’infinito rispetto a tutto quello che avviene da un punto di vista fisiologico e non è questa la sede giusta, ma è la sede perfetta per provare a sentire il vissuto sonoro del neonato al momento del parto.

Le contrazioni materne creano trambusto sonoro e il feto vive il parto ascoltando una modificazione dei naturali suoni fisiologici che conosce, riconosce e ama. Inoltre quella voce che ha sempre rappresentato un faro emotivo/esplorativo, geme, urla, tace, piange, si lamenta: insomma, tutto il vissuto sonoro del feto nelle ore del parto promuove novità ed eventi che sovrastano i desideri coscienti dei protagonisti stessi del parto, la mamma e il bambino.

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Una donna che in fase gestazionale ha lavorato sul contatto vocale con il proprio bambino, definendo dei vocalizzi caratteristici e riconoscibili per il feto in ascolto, potrà riproporli durante il travaglio così da restare in sintonia con il proprio figlio e tenderà ad utilizzare la voce per contenere sè stessa e il piccolo.

Numerose ricerche parlano di un travaglio decisamente più breve grazie alle vocalizzazioni: questo perché la mamma è facilitata a restare vigile intellettivamente, attiva, in contatto con il bambino in utero e con il proprio ruolo di partoriente che sta per abbracciare suo figlio per la prima volta.

Sul piano ormonale il canto permette di liberare endorfine, capaci di aiutare a gestire il dolore, e, grazie a questa vicinanza relazionale con il feto, l’ossitocina (l’ormone dell’amore), fondamentale per una buona riuscita del parto fisiologico.
Le vocalizzazioni via via diventeranno sempre meno cantate e sempre più ansimate, e via via sintetizzate in vocalità atte alla spinta, per facilitare la concentrazione e l’attenzione al nuovo vissuto corporeo e ad una sconosciuta “propriocezione”, intesa come la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto della vista.

Nell’immaginario del travaglio e del parto il bambino può essere descritto come un naufrago nel bel mezzo di una tempesta oceanica, dove non esistono più punti di riferimento, l’habitat conosciuto diventa ostile e lo respinge fino a scaraventarlo sulla sabbia di una qualche isola salvifica che gli permetterà di ritrovare una nuova esistenza.

Quell’isola in cui approda sfibrato è proprio il petto materno, che lo nutre e lo consola anche grazie al ritrovato battito del cuore, ora lontano ma pur sempre presente (ecco perché amano stare sul petto della mamma dalla parte del cuore, per la memoria sonora che caratterizza la vita del feto e del neonato), agli odori consolidati e familiari e alla voce materna finalmente chiara, vicina, avvolgente e amica.

Anche se il nuovo mondo, sconosciuto in tutto e soprattutto sul piano dell’ascolto, è presto fonte di ansia per il piccolo a causa dell’assenza di suono costante di fondo, è talmente familiare e consolidata la conoscenza della voce materna che, anche se muta tutto il contesto sonoro, il bambino riesce a riconoscere la melodia dominante, segno di una grande intelligenza musicale che ci dona la natura per facilitare la sopravvivenza.

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Il neonato si incontra e si scontra con il silenzio, silenzio sconosciuto, silenzio da conoscere, silenzio da ascoltare, silenzio da contenere, silenzio da allontanare.
Quando si fa musica si conosce bene la forza del silenzio, come vada rispettata, esaltata e sfruttata per far emergere ogni singolo suono, per portare l’ascoltatore e il musicista ad una vicinanza emotiva.

E’ nel silenzio che si scrive la musica e la si contempla: mi piace pensare che il neonato sia il migliore dei musicisti, sia il reale compositore e direttore insieme, in devoto ascolto di quel mondo sonoro che per un istante della vita ci ha saputi sovrastare e tenere appesi al filo, in reale apnea, e poi … il primo respiro.

Conclusioni bizzarre:
Mi rivolgo a chi vive nel proprio quotidiano la sorprendente esperienza della fase neo-natale perché so che troverete un riscontro in quanto scrivo. Parole come phon o aspirapolvere e infiniti giri della rotatoria in macchina non vi dicono nulla?!..Oppure grandi dormite al ristorante o al bar della piazza, insomma, quando il nuovo mondo riprende le sembianze sonore della vita intrauterina, tutto si rilassa, neonati in primis e subito di seguito mamma e papà.

Elisa Ridolfi

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Elisa_RidolfiElisa Ridolfi è psicologa, musico-terapeuta, cantante e mamma di 2 bimbe. Dal 1999 si occupa della divulgazione in Italia del Fado portoghese ed ha collaborato con Lucio Dalla, Eugenio Finardi, Peppe Servillo, Francesco Di Giacomo (voce del Banco del Mutuo Soccorso), Enzo Gragnaniello, Fausto Cigliano, Marco Poeta, Musicultura…e a livello internazionale con Ana Moura, Jorge Fernando, Riccardo Ribeiro, Ana Sofia Varela, Antonio Chainho, Argentina Santos etc…Da sempre sperimentatrice vocale studia, grazie agli ultimi anni vissuti tra gravidanze e post-parto e al diploma conseguito all’università di Bruxelles in musicoterapia, il magico mondo della musica e del canto prenatale e primi mesi.

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